| Nella forma ne incontriamo rappresentazioni differenti.
Ancora a distanza accumuliamo energia nel tendere l’arco
per colpire la tigre. Ci avviciniamo nel colpire la tigre
di destro e di sinistro: è l’ “aggredior” latino, che significa
appunto “mi avvicino”. Non è necessariamente distruttivo: è
ricerca di contatto, come avviene nelle arti marziali interne. E nel
colpire la tigre si rivela se stessi (Yang
Pan-Hou).
Nel tenere la tigre per le orecchie il contatto
non è più fugace: siamo faccia a faccia, sentiamo il suo
odore; è difficile restare e vincere la tentazione di distogliere
lo sguardo o perdersi e lasciarsi annientare.
Ma c’è anche il momento di abbracciare la tigre
e tornare alla montagna: possiamo far tesoro della nostra
energia.
E finalmente retrocedere per cavalcare la tigre:
mi piace pensare che il passo indietro che ci permette di cavalcare
la nostra energia e fluire liberamente con essa sia quel passo indietro,
quel “clic” di disentificazione che avviene nella meditazione.
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